Lo stato della giustizia tributaria al tempo del corona-virus

Un argomento che ha fatto discutere nell’ambito delle decisioni di sostegno adottate dal Governo, sia con il primo provvedimento (D.L. n. 18/2020 c.d. “Cura Italia”) e sia con quello più recente (D.L. n. 23/2020 c.d. Liquidità”), è stato la completa assenza di misure agevolative tendenti a salvaguardare il sostentamento economico degli organi di giustizia tributaria. Un particolare che ha innescato la costernazione congiunta del presidente dell’Associazione magistrati tributari (AMT) e del presidente dell’Osservatorio tributario permanente (OTP), a tal punto da scrivere una lettera al premier ed al ministro dell’Economia, definendo la categoria “ …figli di un Dio minore …..”. In fin dei conti, si trattava di rassicurare i giudici tributari non per delle grosse cifre, se si pensa che oggi il compenso lordo mensile di un giudice tributario è di circa € 330,00, oltre circa € 26,00 a sentenza. Sembra una dimenticanza che sa tanto di caduta di stile e che, anche nel Covid-19 period che stiamo tristemente vivendo, porta alla ribalta l’annosa vicenda della riforma della giustizia tributaria, più volte annunciata e mai compiuta. Diverse, infatti, sono le criticità che, nel corso degli anni, sono emerse in seno alla categoria considerata e che spaziano dalla sempre lamentata autonomia, imparzialità, terzietà dei giudici, fino all’esigenza di disporre di un maggiore organico, più efficiente e preparato, meglio pagato, al fine di garantire, sempre di più, un approccio celere e professionalizzato nel delicato rapporto che si viene ad instaurare tra Fisco e Contribuente e, dove, il contenzioso ne dovrebbe consacrare la massima fiducia. Un punto fermo che, tuttavia, va sottolineato e che trova d’accordo un po’ tutti quelli che si sono interessati alla problematica, è che la giustizia tributaria, così come si è espressa negli anni della Repubblica, va sì riformata, meglio dire revisionata, ma non cambiata del tutto. Non si può non constatare che, dell’intero panorama giurisdizionale nazionale, l’impegno dei giudici tributari non può essere qualificata tra le performance peggiori. La macchina giudiziaria tributaria, nonostante tutte le limitazioni sopra evidenziate, regge abbastanza l’impatto della produttività, anche se, a dire il vero, andrebbero approfondite quanto le tematiche affrontate nelle aule di udienza, siano effettivamente conformi e coerenti con la complessa normativa e prassi di settore. Laddove, pertanto, si voglia notare un “collo di bottiglia” nella procedura tributaria, come tra l’altro riferito dall’Ordine nazionale dei commercialisti in un recente intervento proprio sul progetto di riforma della giustizia tributaria, lo stesso non è certamente da ricercare nei primi due gradi di giudizio, i quali, per grosse linee, avvengono in tempi ancora fisiologicamente accettabili; diversamente dai 4 anni mezzo di media che occorrono quando il giudizio passa alla Suprema Corte. Ben altri, invece, sono i problemi che affliggono la giustizia civile, amministrativa o penale e che si manifestano dirimenti sulla credibilità complessiva del nostro sistema Paese. Questo dato asimmetrico, ancora di più, non giustifica affatto le ipotesi riformatrici, fortunatamente minoritarie, avanzate nel passato e tese a "trasportare" le Commissioni tributarie in seno alla giustizia civile (v. proposta di legge n. 3734 presentata alla Camera dei deputati l'8 aprile 2016) ovvero alla Corte dei conti (v. proposta di legge n. 2438, presentata al Senato il 9 giugno 2016). L’autonomia e la terzietà dei giudici tributari dal Ministero delle Finanze da cui impropriamente oggi dipendono, trovano, chi scrive, concorde con il valutare se creare un organico di giudici tributari specializzati, adeguatamente remunerati, scelti ed amalgamati nell’ambito delle differenti professionalità oggi in essere, non solo quindi da prendere “a tempo” dai giudici togati della giustizia ordinaria, facendo pendere fin troppo l’ago della bilancia verso questi ultimi, come si assiste da tempo ormai. E se, proprio si è necessitati a doverli far dipendere da un organo supremo, di affidarli alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, attesa l’esigenza di contemperare la celerità dei giudizi tributari con la professionalità, la competenza da assicurare ad una formazione continua dei giudici stessi. Ciò sempre più con l’obiettivo di tendere alla sospirata ed attesa imparzialità e competenza di giudizio. Elevato, infatti, è il “bazooka” di strumenti endo-procedimentali nelle mani del Fisco, non ultima la possibilità di attivare l’immediata esecutività dell’accertamento tributario, in assenza di ottenimento della sospensiva, essendo, più di tutti, l’atto che può deprimere il contribuente che vede spuntata la sua possibilità di difesa preventiva, almeno fino a quando il giudizio si concluderà. Uno strumento che laddove è comprensibile per assicurare nel breve termine l’Erario del proprio credito, se male utilizzato, come purtroppo sovente accade, può diventare, al contrario, una vera e propria vessazione per il cittadino comune. In altre parole, nel caso in cui il contribuente non dovesse ottenere giustizia nell’immediato con un provvedimento di sospensione della pretesa tributaria, non è difficile che venga minata la propria stabilità patrimoniale anzitempo in vista dell’ottenimento poi di una sentenza definitiva a suo favore. Ciò soprattutto per i lunghi tempi di attesa del giudizio finale, rispetto alle azioni esecutive attivabili da parte dell’amministrazione che potrebbero risultare anche fatali al contribuente. E’ quindi fortemente auspicabile che ci si rivolga per il futuro, soprattutto, quando il contribuente potrà ridare regolarità alla propria esistenza ed attività lavorativa post corona-virus, ad una giustizia tributaria che faccia la propria parte in maniera esemplare, per riprendere le sorti di un Paese che ne uscirà fortemente segnato da quanto si è dovuto vivere in questi giorni. Sarebbe un segnale forte e preciso che uno Stato può mettere nella propria agenda, quale argomento da evidenziare nel breve termine, poiché tante saranno le ipotesi di confronto sia in ambito pre-contenzioso direttamente con l’amministrazione finanziaria, che di contenzioso che si potranno aprire in seno alla giustizia tributaria nei prossimi anni. Ciò proprio per la molteplicità degli interventi governativi straordinari che si sono succeduti in questo periodo di emergenza e che necessariamente hanno interessato in maniera massiccia la normativa e gli adempimenti tributari, facendo presumere, sin d’ora, la complessità della comprensione e le difficoltà di applicazione degli stessi.

Anche in questo caso, se non si agisce subito e bene, a farne le spese potrebbe essere sempre e solo il contribuente, a meno che non si debba riassistere ad una nuova stagione di condoni o pseudo tali, in barba ai granitici principi costituzionalmente garantiti di difesa, equità, eticità, sociali ed economici da auspicare nei rapporti e nella partecipazione alla Res pubblica. E’ un’occasione da non perdere che, riferita ora, potrebbe apparire anacronistica e poco opportuna, ma che, invece, in un prossimo restart dell’economia del Paese potrebbe diventare palesemente evidente.

Giancarlo Senese


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